Info: 347 0022382
  • <h1 style="display:none;">xxx</h1>
  • A DANGEROUS METHOD, D.Cronemberg, 2011

    A DANGEROUS METHOD, D.Cronemberg, 2011

    E’ un film di pensiero, utilizzando il linguaggio analitico propriamente junghiano, questo lavoro sul più discusso triangolo della storia della psicoanalisi. Un film che, più che la storia, ne analizza la problematicità , tastando i confini di ciò che accade tra un terapeuta dell’anima e il suo paziente. Molti altri registi hanno cercato di farlo. Ma David Cronenberg sceglie di esaminarlo attraverso uno sguardo lucido e freddo, lontano da facili tentazioni emotive, concentrandosi sui dialoghi interminabili dei protagonisti, scandagliandone ogni singola parola con la precisione di un chirurgo che intende andare ben oltre la loro superficie. Tra un giovane Jung, alle prese con la responsabilità di un matrimonio convenzionale, e il già affermato Freud, inflessibilmente ancorato ai suoi postulati teorici, si inseriscono pazienti eccellenti che con le loro affermazioni e i loro dolori, aprono spazi di dubbio, alimentando il desiderio di superare tutto ciò che ostacola la libera espressione di sé, in un tempo come sappiamo ossessionato dal tabù del sesso e dalla ipocrisia sociale. Sabina Spielrein, giovane ebrea ricoverata al Burghölzli, vittima delle vessazioni di un padre autoritario e sessuofobico, si imbatte nel giovane Jung, già seguace del metodo delle associazioni libere e delle teorie freudiane che sempre più stanno diffondendosi in una certa comunità scientifica dell’epoca, e che su di lei decide di applicare. La trasformazione del rapporto terapeutico in una relazione affettiva diventa il centro di una intensa conflittualità non solo in chi ne è coinvolto emotivamente, ma nella teoria stessa, rafforzandone uno dei cardini principali: il transfert e il controtransfert. Il film gira attorno alle idee dei grandi studiosi, li mette a confronto, li fa discutere, mentre Sabina spinge il fuoco della conoscenza oltre i limiti imposti, li incarna, lasciando che le teorie brucino nella mente e nel corpo di chi le ha poste in essere, modificandole con il fuoco dell’Eros. Sabina guarisce attraverso la trasgressione, il suo terapeuta si ammala e il Maestro si radicalizza nelle sue posizioni, interrompendo uno dei dialoghi più proficui della storia delle scienze umane. Il terapeuta e l’uomo, il dovere e il piacere, la cura e la malattia albergano nello stesso animo, lo costringono ad un mutamento necessario lungo un processo contra naturam senza ritorno. La pericolosità del metodo sta in questo contemporaneo essere dentro e fuori se stessi, alle prese con le passioni dell’anima e la razionalità dei propri compiti. In questo consiste la complessità della pratica psicoanalitica dall’epoca dei suoi Maestri: e questo è ciò che il film ha saputo cogliere.

    Lilia Di Rosa

  • E ORA PARLIAMO DI KEVIN, L.Ramsey, 2011J.

    E ORA PARLIAMO DI KEVIN, L.Ramsey, 2011J.

    Hillman, ne "Il codice dell’Anima", cercava di smontare così la ben radicata ed incrollabile teoria secondo la quale tutto ciò che capita al figlio sia, nel bene e nel male, in qualche modo opera e responsabilità dei genitori: Parliamo allora di Kevin, del bambino che Lyenne Ramsay mette in scena in questo film, che fin dalla nascita esprime una ripugnanza assoluta per la propria madre, una ostinata ribellione a tutto quanto proviene da lei: il cibo, il linguaggio, il sorriso o il pannolino. La regista non ci dice molto sul “tempo dell’attesa”. Piuttosto si sofferma sulla espressione seria e - direi - incolore della madre Eva che, dopo i dolori del parto (non certo così apprezzabili nemmeno da una donna) si trova davanti un bambino “difficile” tanto da dovere sconvolgere completamente la sua vita, il suo lavoro, le sue relazioni. Ma dove ha sbagliato Eva? Il mito della Madre direbbe che non ha aspettato Kevin con la dovuta dedizione, serenità, accoglienza, come si conviene a una Madre con la M maiuscola? O forse, il daimon di Kevin era quello di un individuo che avrebbe dovuto sperimentare la distruttività fino in fondo prima di potersi salvare. A 16 anni Kevin dice alla madre di non essere mai stato felice. Ma quanti adolescenti patiscono la stessa infelicità insita nella età ingrata senza giungere alle estreme conseguenze cui arriva questo ragazzo. Cosa non ha fatto Eva per meritare questo destino? <<Perché dietro ogni donna che partorisce, - continua Hillman - dietro ogni donna che accudisce un bambino, sta assisa la Grande Madre, a reggere quel sistema di credenze che ho chiamato superstizione parentale e che ci tiene vincolato a lei>>. Da donna, e da madre, mentre guardavo il film non riuscivo a trovare in lei niente di così patologico e aberrante che potesse minimamente giustificare l’aggressività del figlio. Nulla se non il chiedermi l' esatto contrario. Perchè una madre deve continuare adamare il .glio che con la sua presenza devasta la sua vita? Eppure è ancora quello che in fine succede anche in questo film così perfettamente costruito nella sua spietatezza sul mito della conflittualità madre-figlio, sul quale si sono scritte intere opere senza mai giungere ad una vera, plausibile ragione riguardo alla evidenza di tante disconferme. Perché anche la madre ha un suo daimon, e il suo destino non è quello del figlio. E il padre? Che dire del padre di Kevin, della leggerezza con la quale attribuisce al suo giovane uomo la capacità di discernere tra l’espressione della propria creatività e la crudeltà delle sue reazioni, continuando tuttavia a sostenerlo .no ad affermarepassivamente che tutto è già successo solo perché non saprà mai cosa sta ancora per accadere? Forse, come sostiene Hillman, Kevin aveva scelto di odiare la vita prima di potere imparare ad amarla, era nel suo daimon la necessità di distruggerla dentro di sé e dentro gli altri, prima di poterla ricostruire, se mai potrà farlo.

    Lilia Di Rosa

  • MELANCHOLIA, L.Von Trier, 2011

    MELANCHOLIA, L.Von Trier, 2011

    Melancholia è il termine greco con il quale si indica lo stato mentale della malinconia e della tristezza che oggi viene incondizionatamente chiamato depressione. In una famosa incisione del 1514 Durer ne rappresenta la condizione, cogliendone il topos di chi vi si trova immerso, lontano dalla luce che rimane all'orizzonte incatturabile e imprendibile. In questa eclissi del sole e della gioia di vivere, Lars Von Trier ci racconta la sua malinconia, proiettandone l’essenza su un pianeta enorme e divorante, la cui vicinanza minaccia inesorabilmente la vita, .no a distruggerla del tutto. E lo fa mettendo di fronte l’una all'altra due sorelle, opposte ma legate dallo stesso inesorabile destino: l’una incapace di essere felice, l’altra incapace di sostenere l’infelicità. Justine e Claire, due capitoli di un’opera di intensità straordinaria e di straordinaria profondità psicologica. Le due facce della stessa dimensione esistenziale: Justine che alla malinconia si consegna e si abbandona; Claire che con ogni mezzo la fugge. Dopo un preludio onirico fatto di immagini al rallentatore, il .lm ci immerge nella bellezza di un primo atto apparentemente sfolgorante della felicità dei due giovani sposi, la bionda Justine e il suo neo marito, subito “problematizzata” dalla difficoltà di raggiungere il luogo della festa, dove centinaia di invitati sono in attesa di un ricevimento senza precedenti organizzato nei dettagli dalla sorella Claire e il suo consorte. E’ nella cornice di questa lussuosa villa immersa in un paesaggio di sogno, di fronte alla linea dell’orizzonte disegnata da un placido lago -richiamando la citata incisione di Durer- che si svolgerà l’intera evoluzione della tragedia cui von Trier ci fa assistere: immediata ed imminente, fin dalle prime scene, fin dalla impercettibile ma visibile trasformazione del volto di Justine sotto il suo velo bianco, dietro un sorriso sempre più tirato e finto, fino a giungere alla piena consapevolezza della sua impossibilità ad essere felice e, con questa, il suo integrale consegnarsi alla malattia e alla visione che ne consegue. Eppure sarà quella visione, incline a vedere la vita su questa terra per quello che è - cattiva come afferma la stessa- e non per come la vorremmo, che le consentirà di aderire agli eventi senza finzioni, aiutando la sorella Claire e il suo bambino a dirigersi verso quell'unico luogo segreto conservato nel profondo di noi stessi , il solo forse capace di ripararci nel silenzio , accettando l’ineluttabile conclusione di ciò che non si può fermare, né controllare. Nel secondo atto infatti, von Trier ci fa assistere all’evolversi della malattia di Claire, al suo rifiuto di accettare ciò che è inevitabile , alla disperazione di fronte all’ implacabile avverarsi di una catastrofe che, malgrado tutti gli sforzi, chiude il tutto nel modo più poetico e drammatico si possa immaginare. Melancholia è il pianeta della tristezza, della malattia dell’anima: nessun mezzo, né farmaco o illusione riesce a dominarne la grandezza. La catastrofe di cui parla il regista è puramente simbolica: l’aspetto divorante della malattia, il buio che ci oscura lo sguardo, non riguarda solo alcuni di noi, ma in qualche modo tutti noi.

    Lilia Di Rosa

  • NON LASCIARMI, M.Romanek, 2010

    NON LASCIARMI, M.Romanek, 2010

    Curare il cancro o la sclerosi multipla è un dovere della scienza e un obbligo della medicina. Come farlo, però, è una scelta che riguarda non più solo la scienza, ma l’etica, la filosofia, la psicologia. Nell’epoca in cui il progresso scientifico ha cominciato a considerare l’uomo come un insieme di parti e la vita come un accumulo di giorni, il progresso scientifico potrebbe diventare una mostruosità finalizzata all’edonismo e alla negazione della morte. Il film, nato dal romanzo omonimo del 2005 di Kazuo Ishiguro, mette in scena le conseguenze estreme cui è possibile andare incontro se la vita di un individuo si riduce a puro ingranaggio meccanico, riserva di pezzi, creato allo scopo di servire al prolungamento della vita altrui. Nella silenziosa e verdissima campagna inglese, un college apparentemente come tanti, alleva, educa e istruisce esseri clonati, bambini senza passato e senza futuro se non quello di rimanere sani e disponibili fin da una certa età per le necessità che si porranno. Il “possibile” non è un genitore, ma un uomo o una donna che ha deciso di assicurarsi un nuovo fegato o un nuovo cuore pur di aumentare nel modo più sicuro il “quantum” dei giorni a lui assegnati. Nessun legame, nessun rispetto da parte di chi lo genera a puri fini utilitaristici. Come se l’essere che viene al mondo non avesse nessun diritto alla vita, all’amore, alla libertà, ma solo il dovere di servire. Come se non avesse un’Anima, come un fantoccio senza orizzonte. In questo senso, la scena più toccante è forse quella di Ruth alla sua terza donazione, il completamento del ciclo come viene chiamato, ossia la morte. Un corpo su cui nessuno ha cura di stendere un lenzuolo pietoso, né di ripulire dal sangue, nemmeno di levare via la siringa. Un corpo spazzatura, senza diritto a niente. Il film, delicatissimo e spietato, segue la vita di questi fanciulli, in particolare di Kathy, Tommy e Ruth la cui amicizia - e l’amore poi - è l’unico sentimento che ne decreta l’umanità con il carico di attese, desideri, speranze, che pur senza alcuna possibilità di realizzazione, li tiene nonostante tutto entro il confine dell’umano. Ma, aspetto stupefacente, nessuno scappa, nessuno si ribella, nessuno osa attraversare il divieto di entrare a pieno titolo nel mondo. Solo una breve, tremenda illusione li rende capaci di chiedere almeno una proroga per avere il tempo di vivere l’Amore prima della scadenza. Un film che, nella sua iperrealistica visionarietà, rende la scienza e il progresso, il luogo dei più orrendi misfatti dell’uomo verso sé stesso.

    Lilia Di Rosa

  • &quot;INSIDE OUT&quot; 2015

    "INSIDE OUT" 2015

    Come dentro – cosi fuori, come fuori – cosi dentro

    Solo qualche giorno prima di vedere questo godibile film di animazione (genere non compreso tra i miei preferiti) avevo scritto un breve articolo sul valore delle emozioni e sulla ricchezza che esse danno alla nostra vita, anche e soprattutto quelle che l'epoca contemporanea sembra volere ignorare o dimenticare. Impossibile quindi non commentare questo film che proprio alla Tristezza affida il compito di ri-sanare la situazione di grave crisi che una ragazzina di dodici anni sta vivendo di fronte ai cambiamenti della vita. Il film ci porta dentro la sua mente, nella centralina delle emozioni, conducendo ogni spettatore a misurarsi direttamente con ognuna di esse, a riconoscersi con quella emozione che in lui è prevalente, identificandosi con il personaggio che la rappresenta.

    Perchè se è vero che esse sono tutte necessarie, è altrettanto vero che ognuno di noi è fondamentalmente dominato dall'una più che dall'altra, soprattutto quando entrano in conflitto, quando scuotono l'equilibrio sul quale si poggiava. E' in quei momenti che la Gioia di vivere fa fatica a ristabilirsi e che la sua visione positiva dovrà fare i conti con il pianeta della malinconia, della perdita e del lutto. Il film sembra attribuire particolare attenzione al rapporto tra queste due fondamentali emozioni, alla polarizzazione delle loro visioni, lasciando le altre più sullo sfondo, come un coro che ne accompagni le vicissitudini. Non a caso, quando entrambe queste emozioni scompaiono, rabbia , paura e disgusto non bastano a ricomporre la frattura con il mondo che la loro mancanza determina. Dal punto di vista psicologico il film ha il pregio di portare facilmente lo spettatore dentro il luogo dove esse nascono - fatti, ricordi, relazioni - sottolineando come la loro presenza sia determinante nella vita psichica per potere affrontare le necessità che la vita impone, e come la loro perdita può viceversa impoverirla e distruggerla.